Running

Gli uomini vanno in crisi il doppio delle donne in maratona

Uno studio su 870.000 arrivi alla Berlin Marathon rivela che il 17,6% degli uomini colpisce il muro contro il 9,7% delle donne. Il pacing fa la differenza.

Exhausted marathon runner in late race, grimacing with shortened stride as crowd blurs in warm golden light.

Il dato che cambia tutto: gli uomini vanno in crisi il doppio delle volte

Se hai mai assistito a una maratona dal vivo, probabilmente hai visto qualcuno trascinarsi negli ultimi chilometri con le gambe che non rispondono più. Questo fenomeno, noto come "muro" o bonking, è molto più comune di quanto si pensi. E, secondo uno studio pubblicato su Scientific Reports, colpisce gli uomini quasi il doppio delle volte rispetto alle donne.

La ricerca ha analizzato 870.000 arrivi alla Berlin Marathon, rendendola una delle indagini sul pacing maratona più grandi mai condotte. Il risultato principale è netto: il 17,6% dei corridori maschi ha subìto un rallentamento significativo nella seconda metà della gara, contro il 9,7% delle donne. Quasi uno su cinque uomini contro quasi una su dieci donne. Una differenza che non si può ignorare.

Per definire il "muro" in modo oggettivo, i ricercatori hanno utilizzato un criterio preciso: un rallentamento superiore al 10% nella seconda metà della gara rispetto alla prima. Non si tratta di un calo fisiologico fisiologico normale, ma di un vero e proprio collasso del ritmo che compromette il risultato finale e, spesso, rende gli ultimi dieci chilometri un'esperienza tutt'altro che piacevole.

Più sei veloce, più il divario si allarga

La parte più interessante dello studio riguarda cosa succede tra i corridori più competitivi. Ci si potrebbe aspettare che chi si allena di più e gestisce meglio il proprio corpo sia anche più bravo a dosare le energie. I dati, invece, raccontano una storia diversa e per certi versi controintuitiva.

Tra i runner con tempi più rapidi, il divario di genere nel rischio di colpire il muro aumenta ulteriormente. Gli uomini veloci tendono a partire con un'aggressività molto superiore rispetto alle donne della stessa fascia di prestazione. La spiegazione più plausibile, secondo i ricercatori, è la sovrastima delle proprie capacità: un eccesso di fiducia che porta a spingere nei primi chilometri ben oltre il ritmo sostenibile.

Le donne, al contrario, mostrano storicamente una gestione del pacing più conservativa e uniforme. Non perché siano fisicamente più resistenti alla fatica, ma perché tendono ad adottare strategie di gara più prudenti fin dalla partenza. Questo approccio paga: meno crolli, meno sofferenza nel finale, spesso tempi complessivi migliori rispetto a quello che avrebbero ottenuto correndo "di pancia" nei primi venti chilometri.

Perché il muro fa così male, e perché succede

Il "muro" nella maratona non è un concetto astratto. Dal punto di vista fisiologico, rappresenta il momento in cui le riserve di glicogeno muscolare si esauriscono e il corpo è costretto a ricorrere principalmente ai grassi come fonte energetica. I grassi sono un carburante meno efficiente e più lento da processare, il che si traduce in un calo brutale della velocità.

Il problema è che questo punto di rottura arriva prima se corri troppo forte nelle prime fasi della gara. Ogni chilometro corso a un ritmo superiore a quello ottimale brucia scorte preziose di glicogeno che ti servirebbero dopo il trentesimo chilometro. È una questione matematica prima ancora che psicologica: il corpo ha una quantità finita di energia ad alta intensità disponibile, e se la esaurisci troppo presto, paghi il conto nel peggiore dei momenti.

Questo spiega perché la Maratona di Berlino, percorso piatto e veloce, sia il teatro perfetto per questo tipo di studio. Le condizioni esterne variabili sono ridotte al minimo, il che significa che i dati riflettono quasi esclusivamente le scelte di pacing dei corridori. E quelle scelte, evidentemente, differiscono in modo sistematico tra uomini e donne.

Cosa puoi fare per non finire tra il 17,6%

Se sei un uomo e stai preparando una maratona, questo studio ti offre un messaggio molto pratico: parti più lento di quanto ti sembri necessario. Non è una questione di carattere o di forza mentale. È semplicemente la strategia che funziona, confermata da quasi un milione di dati reali.

Alcune indicazioni concrete per strutturare il tuo pacing:

  • Calcola il tuo ritmo obiettivo e togli il 5-8% per i primi 25 km. Ti sembrerà lento. Non lo è. Stai solo investendo energia per il finale.
  • Prova la strategia dei negative split. Significa correre la seconda metà della gara più veloce della prima. Anche solo mantenere lo stesso ritmo è già un risultato migliore di quello che ottiene il 17,6% dei tuoi colleghi maschi.
  • Non farti trascinare dalla folla alla partenza. L'adrenalina e l'entusiasmo collettivo fanno accelerare in modo quasi inconscio. Usa il GPS e fidati dei numeri, non delle sensazioni.
  • Gestisci l'alimentazione con rigore. Assumere carboidrati durante la gara, ogni 30-45 minuti, rallenta l'esaurimento del glicogeno. Non aspettare di sentire fame o stanchezza: a quel punto è già troppo tardi.
  • Fai una simulazione in allenamento. Qualche lungo da 30-35 km a ritmo maratona è il modo migliore per capire davvero a che velocità puoi sostenere lo sforzo per l'intera distanza.

Un altro aspetto su cui riflettere è quello psicologico. Molti uomini associano un inizio conservativo a una mancanza di ambizione o coraggio. In realtà, partire controllato richiede più disciplina di qualsiasi altra scelta tattica. Resistere alla tentazione di seguire qualcuno che parte forte, ignorare i commenti di chi ti supera nei primi dieci chilometri, fidarsi del piano costruito in settimane di allenamento: tutto questo è il vero lavoro mentale della maratona.

I dati della Berlin Marathon non lasciano spazio a interpretazioni romantiche. Chi va in crisi nel finale non ha corso "con più cuore" nella prima metà. Ha semplicemente corso troppo forte, bruciato le riserve troppo presto e pagato un prezzo molto alto negli ultimi dieci chilometri. La buona notizia è che è un errore del tutto evitabile, e ora hai i numeri per dimostrartelo. Se vuoi approfondire come tradurre questi principi in un piano concreto, la strategia del negative split è il punto di partenza più efficace che puoi trovare.