Kristin Johnson e la nuova realtà degli ultramarathon misti
Al Bear 100 del 2026, Kristin Johnson ha tagliato il traguardo al terzo posto assoluto. Non è stata acclamata come un'eccezione, né celebrata con quella sorpresa stupita che spesso accompagna i risultati delle donne nelle gare miste. È arrivata terza. Punto.
Quello che rende questo risultato significativo non è il numero sul pettorale o la posizione sul podio. È il contesto: Johnson fa parte di un'ondata sempre più visibile di atlete che nel 2026 stanno finendo nelle prime posizioni assolute delle gare sui 100 miglia, davanti alla grande maggioranza degli uomini iscritti. Alle UTMB Series, alla Hardrock 100, alla Western States, i nomi femminili compaiono con una frequenza nuova nelle classifiche generali. Proprio alla Hardrock 100 di quest'anno, il weekend ha consegnato un doppio record del percorso che resterà nella storia del trail.
Non si tratta di coincidenze isolate. Qualcosa di strutturale sta cambiando, e la risposta va cercata nella fisiologia, nella tattica di gara e in una cultura del running che sta finalmente imparando a leggere i dati senza filtri.
La fisiologia che fa la differenza sulle lunghe distanze
La ricerca degli ultimi anni ha chiarito un punto che molti allenatori intuivano già: più la distanza aumenta, più i vantaggi fisiologici tradizionalmente associati al corpo maschile si riducono. E oltre una certa soglia, si invertono.
Uno degli elementi chiave è la capacità di ossidazione dei grassi. Le donne, in media, utilizzano i lipidi come fonte energetica in modo più efficiente rispetto agli uomini, specialmente durante sforzi prolungati a intensità moderata. In una gara di 100 miglia, dove le riserve di glicogeno vengono esaurite nelle prime ore e il corpo deve affidarsi ai grassi per ore e ore, questo meccanismo diventa un vantaggio competitivo concreto, non teorico.
A questo si aggiunge la risposta ormonale allo stress prolungato. Diversi studi hanno documentato che le donne mostrano una risposta al cortisolo più contenuta durante l'esercizio di lunga durata, con una minore tendenza al calo cognitivo e decisionale nelle fasi finali della gara. Tradotto in termini pratici: quando un uomo e una donna arrivano al chilometro 130 di una gara da 160, lei tende a mantenere lucidità tattica più a lungo.
Tra i fattori fisiologici che la ricerca ha messo in evidenza:
- Maggiore efficienza lipidica: le donne bruciano una percentuale più alta di grassi rispetto ai carboidrati a parità di intensità relativa
- Migliore termoregolazione relativa: in condizioni di caldo prolungato, alcune ricerche suggeriscono una maggiore tolleranza fisiologica allo stress termico
- Recupero muscolare più rapido: livelli di infiammazione post-sforzo mediamente inferiori, con tempi di recupero più brevi tra le sezioni più dure del percorso
- Soglia del dolore e percezione della fatica: la ricerca suggerisce che le donne gestiscano la percezione della fatica in modo più distribuito nel tempo, senza i picchi di crollo improvviso tipici di molti runner maschi
Il pacing come strategia culturale e tattica
La fisiologia da sola non spiega tutto. C'è un elemento comportamentale che emerge con chiarezza dall'analisi dei dati di gara: le donne partono più lente. Non perché abbiano meno ambizione, ma perché la cultura del training femminile nel trail running ha storicamente enfatizzato la gestione dello sforzo piuttosto che l'attacco immediato.
Nei 100 miglia, il pacing è tutto. Le gare si vincono o si perdono nelle ultime 40 miglia, non nelle prime venti. Chi brucia troppo presto paga un prezzo enorme: crampi, nausea, crisi metaboliche, rallentamenti drastici. I dati delle classifiche generali mostrano che le donne tendono ad avere split finali più veloci rispetto a quelli iniziali in proporzione maggiore rispetto ai runner maschi. In altre parole, accelerano quando gli altri rallentano.
Questo non è solo istinto. È il risultato di anni di coaching orientato alla sostenibilità, di community di trail running femminile che hanno costruito una cultura dell'intelligenza tattica come valore centrale. Atlete come Courtney Dauwalter, Katie Schide e ora Kristin Johnson non sono fenomeni isolati: sono il prodotto visibile di un ecosistema che ha imparato a prepararle in modo specifico per le distanze estreme. Le strategie di pacing e nutrizione di Dauwalter alla Hardrock 100 offrono un esempio concreto e replicabile di questo approccio.
Vale la pena sottolineare anche il ruolo della nutrizione. Le donne tendono ad essere più attente alla gestione dell'alimentazione in gara, con una maggiore tolleranza agli alimenti solidi nelle fasi avanzate della competizione. In una gara da 100 miglia che può durare tra le 20 e le 30 ore, chi riesce a mantenere un apporto calorico stabile nelle ultime 10 ore ha un vantaggio enorme. E su questo piano, le donne stanno mostrando una disciplina media superiore.
Come la comunità del running sta imparando a raccontare queste vittorie
Quando una donna finisce terza assoluta a Bear 100, la reazione della comunità rivela molto su dove siamo culturalmente. Ancora oggi, troppo spesso, la narrazione tende a inquadrare il risultato come un'anomalia, come qualcosa di straordinario che va spiegato e contestualizzato, quasi a rassicurare gli uomini che il normale ordine delle cose è temporaneamente sospeso.
I race director delle principali gare nordamericane ed europee stanno affrontando questo dibattito in modo diretto. Alcune organizzazioni hanno scelto di eliminare la distinzione tra "vincitrice assoluta" e "prima donna", premiando semplicemente chi arriva primo, secondo e terzo indipendentemente dal genere. Altre stanno ripensando il sistema di comunicazione dei risultati per evitare che la classifica femminile venga presentata come un ranking parallelo e secondario rispetto a quello "vero".
La questione non è semplice. Ci sono ragioni legittime per mantenere classifiche separate, tra cui la protezione degli spazi competitivi per le donne in discipline dove la partecipazione femminile è ancora minoritaria. Ma c'è anche il rischio opposto: continuare a separare le classifiche può perpetuare l'idea che i risultati delle donne abbiano bisogno di una categoria speciale per essere visibili.
Quello che la comunità del trail running sembra stia imparando nel 2026 è una cosa precisa: trattare il terzo posto di Kristin Johnson come terzo posto, non come "terzo posto tra le donne" e non come "miracolo statistico". È un risultato atletico. Va letto come tale, con la stessa normalità con cui leggiamo qualsiasi altro split time su un GPX file scaricato da Strava.
Il cambiamento più profondo non sta nei tempi di gara. Sta nel fatto che sempre più persone, dentro e fuori la comunità del running, stanno smettendo di chiedersi perché una donna sia finita davanti a tanti uomini. E stanno iniziando semplicemente a guardare chi ha corso meglio.