Sawe e la dichiarazione che ha scosso il mondo del running
Sebastian Sawe non è il tipo che parla tanto per parlare. Il maratoneta keniota, dopo una serie di prestazioni che lo hanno portato stabilmente tra i migliori al mondo, ha rilasciato una dichiarazione destinata a far discutere: è convinto di poter correre la maratona in meno di 1 ora e 59 minuti. Una soglia che, fino a qualche anno fa, sembrava fantascienza pura.
La sua fiducia non nasce dal nulla. Sawe ha dimostrato di essere un corridore capace di gestire ritmi altissimi con una costanza impressionante, e i suoi allenamenti recenti sembrano confermarlo. Quando un atleta di questo livello dice pubblicamente che si sente pronto per abbattere una barriera storica, il mondo della corsa non può fare altro che fermarsi ad ascoltare.
Quello che rende la sua dichiarazione ancora più interessante è il contesto temporale. Siamo nel 2026, a sette anni dall'impresa di Eliud Kipchoge, e la domanda che tutti si pongono è sempre la stessa: chi sarà il prossimo a provarci davvero?
L'eredità di Kipchoge e il peso della storia
Il 12 ottobre 2019, Eliud Kipchoge completò i 42,195 chilometri del Prater di Vienna in 1:59:40. Un risultato straordinario, che però non fu omologato come record mondiale ufficiale. Le condizioni della Ineos 1:59 Challenge erano troppo lontane da quelle di una gara regolare: pacemaker avvicendati in modo scientifico, percorso pianificato al millimetro, nessun altro concorrente reale.
Quello rimane, tecnicamente, un esperimento di laboratorio a cielo aperto. Il record mondiale ufficiale della maratona appartiene sempre a Kipchoge, con il 2:00:35 siglato a Berlino nel 2023. La differenza tra questi due numeri racconta tutto: anche per il più forte maratoneta della storia, scendere sotto le due ore in condizioni omologabili è qualcosa che non è ancora successo.
Questo non significa che sia impossibile. Significa che la sfida è enorme e che chiunque voglia provarci dovrà mettere insieme un insieme di variabili raramente allineate tutte insieme. Tra queste:
- Condizioni meteorologiche perfette: temperatura tra 6 e 12 gradi, umidità bassa, vento nullo o assente
- Un percorso omologabile con un dislivello negativo massimo consentito dal regolamento World Athletics
- Pacemaker di altissimo livello, anche se entro i limiti regolamentari
- Una forma atletica al picco assoluto nel giorno giusto
- Scarpe e attrezzatura tecnica ai massimi livelli della tecnologia attuale
Sawe sa tutto questo. E dice di essere comunque pronto.
Quanto è realistica la previsione di Sawe
Per rispondere a questa domanda bisogna guardare i numeri con onestà. Il ritmo necessario per finire la maratona in 1:58:59 è di circa 2:49 al chilometro. Un passo che, per mantenere la prospettiva, equivale a correre ogni singolo chilometro dei 42 totali più veloce di quanto la maggior parte degli atleti amatoriali riesca a fare anche solo per 400 metri.
Sawe ha già dimostrato di saper gestire ritmi vicini a quelli necessari. Le sue uscite più recenti mostrano una capacità di tenuta che lo pone in una categoria ristretta di atleti. Ma c'è una differenza sostanziale tra avvicinarsi ai 2:01 o ai 2:00 in una gara ufficiale e abbattere il muro dei 2:00 con un margine apprezzabile.
Gli esperti di fisiologia dello sport concordano su un punto: il miglioramento delle prestazioni nei top runner avviene ormai per frazioni di secondo, non per decine di secondi. Ciò significa che Sawe dovrebbe produrre un salto qualitativo fuori dall'ordinario. Non impossibile, ma nemmeno probabile nel breve termine senza le condizioni ideali. Vale la pena ricordare, del resto, quanto spesso i maratoneti maschi cedono nella seconda metà, anche a livelli élite: un dato che rende la sfida ancora più complessa.
Il dibattito del 2026: chi è davvero il più vicino alla barriera
La dichiarazione di Sawe ha riaperto un dibattito che non si era mai davvero chiuso. Nella community del running internazionale, la domanda su chi potrà correre la prima maratona ufficiale sotto le due ore è tornata prepotentemente di attualità. E non mancano i candidati.
Oltre a Sawe, ci sono almeno altri tre o quattro atleti che, sulla carta, potrebbero ambire a qualcosa di storico nei prossimi anni. La nuova generazione di maratoneti africani sta abbassando i tempi con una frequenza che fino a dieci anni fa sembrava inimmaginabile. Il livello generale del circuito World Marathon Majors si è alzato in modo significativo, e le scarpe con piastra in carbonio hanno ridisegnato i margini di ciò che è possibile.
Il punto centrale del dibattito, però, non è solo chi ha le gambe per farcela. È chi avrà il coraggio, le risorse economiche e l'organizzazione logistica per costruire intorno a sé un tentativo credibile. Un'impresa come quella di Kipchoge nel 2019 richiede investimenti nell'ordine di milioni di euro, una pianificazione pluriennale e una squadra di supporto tecnico-scientifico di prima categoria. Non è qualcosa che si improvvisa.
Sawe, dichiarando pubblicamente la sua convinzione, sta probabilmente facendo anche una mossa strategica. Attirare l'attenzione degli sponsor giusti, degli organizzatori giusti, dei partner tecnici giusti. Nel running d'élite moderno, la comunicazione è parte integrante della costruzione di un'impresa sportiva. E lui sembra averlo capito bene. Non a caso, il suo ritiro dalla Maratona di Berlino 2026 ha riaperto i giochi tra i favoriti, spostando equilibri che sembravano già definiti.
Quello che è certo è che il 2026 si preannuncia come un anno cruciale per la maratona mondiale. Se Sawe riuscirà a trasformare le sue parole in una performance concreta, potrebbe davvero riaprire una corsa che molti pensavano chiusa con Kipchoge. Se invece si fermerà a qualche decina di secondi dall'obiettivo, la barriera delle due ore tornerà a sembrare quello che è sempre stata. Un confine che sfida la biologia umana al suo limite più estremo.